“Se ne va un Genio, un Amico, ma anche un pezzo di noi, il ricordo dell’entusiasmo dei 30 anni!” “Si chiude per sempre un’epoca della nostra vita. Un’epoca bellissima piena di speranze e fervore intellettuale. Siamo stati fortunati a viverla nonostante i grandi sacrifici che abbiamo fatto”. “Spero di rivivere le emozioni che ha saputo darci e la gioia della scienza e del coraggio”.

Con queste parole di stima e riconoscenza, tantissimi medici salutano lo scienziato britannico Robert Edwards, pioniere della fecondazione in vitro, colui che più di quarant’anni fa ha dato inizio a una nuova branca della medicina: quella della medicina della riproduzione.

A dare la notizia della sua morte, lo scorso 10 aprile all’età di 87 anni, è stata l’Università di Cambridge dove era Professore emerito. “Si è spento nel sonno, dopo una lunga malattia” si legge, infatti, nel comunicato.
Dedicò tutta la sua carriera a combattere la sterilità mediante la fecondazione artificiale. Nel 1968, insieme al suo collega Patrick Steptoe, mise a punto la tecnica di fecondazione in vitro (Fivet): prelevare da una donna alcuni ovociti e fecondarli in provetta con gli spermatozoi del partner e, quindi, reimpiantare gli embrioni così formati nell’utero di quest’ultima. Una grandissima innovazione, che ha permesso di risolvere tutti quei problemi di sterilità di origine meccanica come la chiusura delle tube oppure problematiche maschili legate alla bassa qualità o concentrazione di spermatozoi. Ci sono voluti, però, altri dieci anni di intensi studi per la nascita della prima bambina: Louise Brown. Da allora, il metodo da lui sviluppato ha permesso di venire al mondo a più di 5 milioni di bambini nati da coppie con problemi di fertilità. Oggi, infatti, in Italia circa 1,5% dei bambini nasce con tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA), ma addirittura in alcuni paesi scandinavi la percentuale sale al 2,5%.
Oltre a biologo, embriologo, scienziato Robert Edwards è stato soprattutto un uomo molto coraggioso, perché più di quarant’anni fa parlava di una scienza che in quel momento veniva considerata fantascienza. I suoi studi hanno avuto un’importanza fondamentale anche nella diagnosi pre-impianto di malattie genetiche. La sua carriera è stata coronata dal riconoscimento del premio Nobel per la Medicina, per aver reso possibile il trattamento della sterilità che colpisce più del 20-25% delle coppie in tutto il mondo.
La passione, la genialità, l’impegno che mise nel suo lavoro si percepiscono, in maniera incredibile, anche dai racconti dei medici che lo hanno conosciuto: “Ricordo come fosse ieri una telefonata che mi fece 17 anni fa per chiedermi se un lavoro che avevo mandato a Human Reproduction ero favorevole a inserirlo nel primo numero di una nuova rivista che si chiamava … Human Reproduction Update!! Ero così incredulo che Lui, direttamente senza intermediari o segretarie, mi stesse chiamando al telefono che stavo per dire… ma la fai finita di fare scherzi… Ma era veramente Lui e la nuova sconosciuta rivista è quella che ora ha di gran lunga il più alto impact factor delle riviste ginecologiche. Ero talmente emozionato di avergli parlato al telefono (avevo 30 anni) che quando ho attaccato mi sono messo seduto incredulo per qualche minuto”. Quest’ultima testimonianza del dott. Filippo Ubaldi racchiude il dolore per la perdita di un mito, di un visionario, di un genio, ma soprattutto di un uomo che – sempre secondo il dott. Ubaldi – “fino all’ultimo ha partecipato ai congressi con l’entusiasmo di un trentenne con una visione, una cultura che anche noi più giovani esperti di medicina della riproduzione rimanevamo affascinati da quello che diceva. Con lui, se ne vanno quegli ultimi trent’anni di incredibile voglia di andare avanti, di scoprire e arrivare a nuovi traguardi. Ci ha lasciato un’eredità grandissima”.