Di seguito vi riportiamo l’articolo di Cristina Tognaccini pubblicato su www.linkiesta.it

Fecondazione eterologa, in Italia mancano i donatori
Mistero su regole e costi. Il ticket unico dovrebbe essere di 400 euro, ma in Lombardia saranno 1500

di Cristina Tognaccini

Sono passati sei mesi da quando la Corte Costituzionale ha abbattuto anche l’ultimo divieto della contestata legge 40, riaprendo così le porte, in Italia, alla fecondazione eterologa. Niente di più che una procreazione medicalmente assistita ma realizzata con gameti (ovuli e/o sperma) donati da una persona esterna alla coppia, e necessaria quando la coppia è sterile e non può avere figli in altro modo. È diversa dalla procreazione omologa, realizzata con i gameti della coppia che si sottopone alla fecondazione in vitro, e lo fa solo «per la gravità della patologia che vi sta dietro e che spinge queste coppie a richiederne l’utilizzo» come sottolinea Laura Rienzi, presidente della Sierr, Società italiana embriologia riproduzione e ricerca. Sottolinea anche che chiamarla eterologa non sia del tutto preciso, perché il termine si riferisce a specie diverse mentre «sarebbe più corretto chiamarla semplicemente donazione dei gameti». Sei mesi dopo la reintroduzione della tecnica in Italia e a un mese dalla Conferenza delle Regioni che ne ha approvato le linee guida, il dibattito attorno alla fecondazione eterologa però non cessa: a partire dai ticket e dai criteri per la rimborsabilità, per finire con la richiesta di obiezione di coscienza da parte dei ginecologi.
In Italia in realtà saremmo pronti per partire con l’eterologa, dal punto di vista tecnico. I primi di settembre durante la Conferenza delle regioni sono state approvate delle linee guida univoche, che faranno da riferimento per i centri di autorizzati a eseguirla. Procedure che permetteranno di eseguire il processo con la massima sicurezza per tutte le parti in gioco, siano questi donatori o riceventi. «Dal punto di vista medico e biologico era necessario stabilire i criteri di selezione dei donatori e gli esami da effettuare per garantire la massima sicurezza per i riceventi e regolamentare il numero di bambini che possono nascere per ogni donatore», prosegue Rienzi. «In particolare è prevista una precisa valutazione dell’idoneità del donatore, che comprende l’età, lo stato di salute e la storia clinica, lo screening completo delle malattie infettive e di specifiche mutazioni genetiche. La cosa che più ci premeva era creare un percorso nel quale i nostri pazienti fossero tutelati al massimo. Perciò le società scientifiche italiane di medicina della riproduzione e biologia, ma anche quelle di ginecologia, hanno lavorato per produrre un documento comune che potesse servire da riferimento. La Regione Toscana è stata la prima a emanare le linee guida, poi il documento è stato firmato da ogni regione e ora tutte lo recepiranno». In realtà una normativa che spiegasse come trattare il materiale biologico proveniente dai donatori esisteva già nella normativa europea adottata in Italia con il decreto 191, «ma quando nel 2011 questa normativa europea venne recepita, non venne preso in considerazione l’allegato per la donazione, perché in Italia era vietata».
Nonostante ci siano tutti i presupposti tecnici, di fatto però la tecnica oggi nel nostro Paese non viene ancora eseguita in praticamente nessun centro, stando a quello di cui è conoscenza Rienzi. E i motivi sono diversi: a iniziare dalla mancanza di gameti donati. «In Italia manca completamente la cultura della donazione perché nessuno ha mai chiesto ai giovani di donare il proprio seme o ovocita. Prima di tutto bisognerà lavorare su questo. Oggi in Spagna ci sono tantissimi donatori, è il centro di riferimento di tutta Europa, ma ci son voluti anni per arrivarci. Noi siamo indietro di almeno 10 anni».
Ma non è questo l’unico problema. Un altro è sicuramente il costo fissato da ciascuna regione. Sempre durante la Conferenza delle Regioni è stato stabilito un ticket unico che dovrebbe variare tra i 400 e 600 euro, a seconda della tariffa delle diverse prestazioni richieste per eseguire la fecondazione (esami del sangue, ecografie, ecc..). Fa eccezione la Lombardia, che ha stabilito che l’eterologa dovesse essere a completo carico dei cittadini: «Finché non ci sarà una legge del Parlamento non posso e non voglio considerare la fecondazione eterologa nei livelli essenziali di assistenza. A tutela delle risorse pubbliche della Regione – e quindi dei soldi cittadini – è giusto che chi vuole ottenere questa prestazione la paghi» ha dichiarato il governatore della Lombardia Roberto Maroni, stando a quando riporta L’Espresso. L’eterologa per i residenti in Lombardia, insomma, potrebbe costare dai 1500 ai 4000 euro. Il presidente della Conferenza delle Regioni Sergio Chiamparino al termine della riunione ha espresso l’augurio che «il governo inserisca l’eterologa nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) che saranno pronti entro la fine dell’anno, eliminando quel margine interpretativo che necessariamente abbiamo dovuto inserire». Mentre il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, alla vigilia dell’incontro aveva dichiarato come fosse necessaria al più presto una legge «perché solo una legge nazionale può recepire la direttiva europea che mette in sicurezza le donazioni, e può permettere un registro dei donatori, e anche l’inserimento nei Lea e nei ticket dell’eterologa».
Un altro punto che ha fatto discutere è il limite di età, fissato per la rimborsabilità del Sistema sanitario nazionale, che oggi prevede la copertura solo per le donne in età potenzialmente fertile, ovvero 43 anni, nonostante nelle linee guida approvate dalle regioni non si parli di limite di questo genere. È stato introdotto a causa delle scarse disponibilità economiche regionali, per cui bisogna offrire l’accesso al trattamento a chi ha più possibilità di successo. La stessa storia vale per il numero di cicli consentiti: «Il Ssn copre i costi delle tecniche della fecondazione eterologa solo per un massimo di tre cicli», spiega a la Repubblica,Giovanni La Sala, direttore di ostetricia e ginecologia dell’arcispedale S-Maria Nuova-IRCCS di Reggio Emilia. «Il limite è del tutto arbitrario dal punto vista clinico-scientifico, in quanto è ormai dimostrato che l’efficacia delle tecniche di procreazione medicalmente assistita si riduce drasticamente non dopo tre cicli, ma dopo sei».
«D’altra parte ogni regione è una realtà autonoma che decide per sé: c’è chi ha messo il limite di età, chi ha deciso un certo ticket per il seme o per le uova e chi ha deciso che dovesse essere a totale carico del paziente, come la Lombardia. E anche per l’omologa la situazione non è molto differente. Noi speriamo che alla fine si intraprenda una strada comune, com’è successo con le linee guida» ha affermato Rienzi. Il timore è che una tale variabilità regionale spinga le coppie a spostarsi da una regione all’altra o anche all’estero, come già accade anche per le altre tecniche di procreazione assistita. Creando così anche una sorta di discriminazione per tutte quelle coppie che non hanno le risorse economiche per andare all’estero. «La sentenza della Corte ha proprio detto che le pazienti affette dalle patologie più serie non devono essere discriminate dal punto di vista economico. Proprio su questo dobbiamo creare un percorso univoco senza distinguere qual è la gravità della patologia. Perché la donazione è sempre una cura per la sterilità di una coppia che vuole un bambino. Ogni bambino porta tantissimo alla società molto più di quando costi una fecondazione assistita. In un paese come il nostro, dove la natalità è molto bassa, aiutare le coppie che lo vogliono credo che sia proprio una necessità».
Per quanto riguarda la raccolta del seme, oggi qualunque centro autorizzato alla procreazione medica assistita potrebbe congelare il liquido seminale. Probabilmente in futuro serviranno o nasceranno dei centri appositi, punti di riferimento dove i donatori possono accedere, ma è un punto che non è ancora stato preso in considerazione.
Intanto dalla Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) arriva la richiesta dalla voce di Paolo Scollo di esercitare il diritto di obiezione di coscienza anche per l’eterologa, così come avviene per l’aborto. «Non c’è differenza tra omologa e donazione» ha concluso Rienzi «la legge 40 prevedeva già che un medico potesse esercitare l’obiezione di coscienza, ma questo non ha niente a che vedere con la donazione, non capisco perché sottolinearla per l’eterologa. Giusta o non giusta che sia però, credo che dare la vita sia una cosa nettamente diversa, procreazione assistita e aborto non possono essere messe sullo stesso piano. La procreazione assistita è un bambino che nasce».