Inseminazione artificiale: nullo il licenziamento per discriminazione

E’ nullo il licenziamento per discriminazione della lavoratrice che ha comunicato al suo datore di lavoro la volontà di assentarsi per un periodo di tempo, per intraprendere il percorso della fecondazione assistita e tentare di realizzare il sogno di ogni donna di diventare anche mamma. Inoltre, la dipendente licenziata per tale ragione, ha diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro, oltre al risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni che avrebbe conseguito nel periodo compreso tra il recesso illegittimo e l’effettiva ripresa del servizio. E’ quanto affermato dalla Cassazione con una sentenza depositata qualche giorno fa (6575/2016). I giudici di legittimità, infatti, aderendo al principio della Corte di Giustizia Europea (28 febbraio 2008, causa C 506/06) – che ha “considerato discriminatorio il licenziamento intimato alla lavoratrice prima dell’impianto nell’utero degli ovuli fecondati in vitro, qualora sia dimostrato che il recesso costituisce una specifica reazione alla futura maternità della dipendente” – hanno confermato la nullità del licenziamento già intimato dai giudici di merito, evidenziando che “l’annullamento del licenziamento della dipendente che intende sottoporsi ad inseminazione artificiale non costituisce una forma anticipata di tutela per la malattia della lavoratrice, non ancora verificatasi, ma – piuttosto – si configura come la sanzione più appropriata da comminare nei confronti di un atto di natura discriminatoria”.