Circa 2400 donne ogni anno potrebbero proteggere la propria fertilità in vista di una gravidanza futura, ma manca l’informazione. E’ uno degli aspetti evidenziati nel convegno sulla Preservazione della fertilità femminile che si è tenuto al Macro Museo d’Arte contemporanea il 29 novembre 2013.
Ogni anno in Italia, infatti, 9410 donne si ammalano di tumore e rischiano l’infertilità a causa delle terapie antitumorali. Solo di carcinoma mammario si verificano ogni anno 47mila nuovi casi di cui il 5,1% interessano donne con meno di 40 anni di età. Solo tra queste, circa 2400 ogni anno potrebbero proteggere la propria fertilità futura e sperare in una gravidanza dopo la guarigione grazie alla tecnica di conservazione dei propri ovociti (cellule uovo). Una possibilità concreta, definita anche dalle maggiori società scientifiche internazionali (ASCO e ASRM) ancora poco nota e poco presa in considerazione anche tra gli oncologi e gli stessi ginecologi.
“Purtroppo esiste un grave deficit di informazione alle pazienti oncologiche in eta’ riproduttiva ma anche a molti operatori del settore: é normale che di fronte ad una diagnosi di tumore la priorità sia quella di combattere la malattia con tutte le risorse possibili ma di garantire la fertilità futura di queste donne non si parla ancora abbastanza” spiega il Dottor Filippo Maria Ubaldi Direttore Clinico dei Centri GENERA di Medicina della Riproduzione, “Gli agenti chemioterapici distruggono i follicoli primari sia a seconda del tipo di molecola che a seconda della dose. I più aggressivi sono gli agenti achilanti (come la ciclofosfamide) che comportano un elevato rischio di menopausa o una fertilità comunque fortemente ridotta. Il rischio di perdita della fertilità è comunque influenzato da diversi fattori come l’età al momento della terapia, il tipo e il dosaggio di chemio e la posizione e il dosaggio della radioterapia. Nelle donne che iniziano una chemioterapia a 39-40 anni il rischio di andare definitivamente in menopausa raggiuge il 90%, mentre sotto i 35 anni questo rischio diminuisce al 25-30%. Quindi la conservazione degli ovociti è una forma di prevenzione efficace che andrebbe sempre prospettata alle pazienti.
Soprattutto per le giovanissime, che non hanno avuto il tempo di pensare ad un progetto genitoriale è possibile conservare con successo le proprie cellule uovo senza condannarle alla sterilità e quindi a scelte obbligate, sia pure nobilissime, come l’ovodonazione, l’adozione o la rinuncia a diventare madri.
Alcuni tumori colpiscono proprio la popolazione dei giovanissimi, sono infatti molte le minori che ogni anno ricevono una diagnosi oncologica e si sottopongono a terapie che possono distruggere il patrimonio di ovociti. Le nuove strategie antitumorali hanno portato negli ultimi anni ad un aumento della sopravvivenza di bambine, ragazze e donne con linfomi, leucemie tumori ovarici e della mammella.
“Tentare la crioconservazione di tessuto ovarico nelle bambine prepubere e degli ovociti è altamente consigliabile anche per queste pazienti che hanno una ottima riserva ovarica e quindi una maggiore probabilità di ottenere un buon numero di ovociti dalla stimolazione ormonale. Per dare un’idea, 10 ovociti conservati a 30 anni offrono una possibilità di gravidanza di circa il 40%, mentre a 40 anni questa diminuisce ad un 10% circa. Dopo i 42 anni sconsigliamo la procedura, non solo per la bassa riserva ovarica ma perché diminuisce la qualità cromosomica degli ovociti rimasti” continua il Dottor Ubaldi.
Le terapie standard per la stimolazione ovarica prevedono la somministrazione di FSH, lo stesso ormone che viene naturalmente prodotto dall’ipofisi, somministrato per via sottocutanea per un periodo di circa 10 giorni. La stimolazione è possibile anche per le pazienti con tumori ormono-dipendenti: “in quel caso combiniamo alla terapia con FSH anche un farmaco inibitore dell’aromatasi che permette di tenere bassi i livelli di estrogeni. Questa stimolazione non sembra avere alcun effetto negativo né sul decorso della malattia tumorale né su eventuali recidive.
Le due principali tecniche di congelamento ovocitario sono la ‘vitrificazione’ e il ‘congelamento lento’, in cui le differenze sono la velocità di raffreddamento delle cellule uovo. “La tecnica più nuova è la vitrificazione” spiega la dottoressa Laura Rienzi Direttore dei laboratori di embriologia dei centri GENERA, “in cui si portano le cellule al congelamento in maniera estremamente rapida (-30.000 C°/min): gli ovociti vengono trattati con sostanze che li proteggono dalla formazione di cristalli di ghiaccio intracellulare dannosi e poi immersi in azoto liquido alla temperatura di -192C°”.