Fecondazione: oggi 14 aprile la Corte costituzionale si pronuncia sul divieto, per le coppie fertili portatrici di malattie trasmissibili, di screening genetico

di Elvira Naselli

Oggi 14 aprile 2015, la Corte costituzionale si pronuncia ancora sulla legge 40/2004. O meglio su quel poco che ne resta. Stavolta il punto riguarda il divieto d’accesso per le circa duemila coppie fertili ma portatrici di malattie genetiche trasmissibili, alle tecniche di procreazione assistita e alla diagnosi genetica preimpianto (PGD), che consentirebbe loro di individuare un embrione sano e di evitare il ricorso eventuale a un’interruzione di gravidanza successiva. “L’Italia è stata già condannata nel 2012 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – precisa Filomena Gallo, avvocato delle due coppie che hanno fatto ricorso e segretario Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni – che ha ritenuto illogico e illegittimo il divieto per le coppie fertili portatrici di malattie genetiche. E, poiché da allora il Parlamento italiano non ha cambiato la legge ’40, finora le coppie escluse potevano ricorrere al Tribunale o dichiarare il falso per accedere all’esame. Una situazione inaccettabile”.

Ma che cos’è la PGD? Innanzitutto è utilizzata ancora poco e prevalentemente da donne over 40, circa il 30% di chi accede a programmi di PMA, perché sono quelle con rischio aumentato di circa il 50% di anomalie cromosomiche e abortività per il fattore età. La PGD è un esame molto accurato che consente di diagnosticare oltre diecimila malattie genetiche, tra cui fibrosi cistica, talassemia, atrofia muscolare spinale e di valutare tutto l’assetto cromosomicoIn Italia, però, sono meno del 18% dei Centri di Procreazione Assistita – circa venti come numero assoluto – esegue l’esameSono i dati, gli unici, del primo censimento su base volontaria dei Centri PMA di II e III livello, promosso dal Centro GENERA con Bioroma, e presentati nel corso del recente convegno romano dedicato all’applicazione della PGS, acronimo di Preimplantation Genetic screening.

L’esame, che si effettua sull’embrione di cinque giorni prima del trasferimento in utero, è però riservato soltanto alle coppie sterili o infertili con patologie genetiche ereditarie o alle donne con particolari requisiti (età materna avanzata sopra i 35 anni; ripetuti fallimenti di procreazione assistita; abortività ricorrente, più di tre). Restano fuori, appunto, le coppie fertili ma portatrici di patologie genetiche trasmissibili, il cui accesso verrà deciso alla Corte costituzionale, sollecitata dal ricorso di due coppie. “La tecnologia è abbastanza complessa – spiega Laura Rienzi, Direttore del laboratorio di embriologia dei Centri GENERA – ed è anche legata alla capacità dell’embriologo di portare l’embrione in quinta o sesta giornata per potere effettuare la biopsia senza danni.

Poi l’embrione è crioconservato sia per aspettare i risultati dell’esame genetico sia per poterne trasferire uno per volta”. Il prezzo dell’esame dipende dal numero di embrioni esaminati e dal Centro ma varia tra 1.000 e 3.000 euro, cifra che però compensa il costo di eventuali cicli con embrioni congelati non adatti poiché individua l’embrione sano e giusto da impiantare.

“La PGS non cambia l’embrione – ragiona Mauro Schimberni, dipartimento di Ostetricia e ginecologia della Sapienza di Roma – aiuta ad individuare l’embrione giusto e a ridurre il numero di transfer. Inoltre, un embrione così selezionato ha circa il 50% di possibilità di attecchimento, indipendentemente dall’età. Insomma, grazie alla tecnologia faremmo quello che poi la natura fa, eliminando gli embrioni non idonei dopo l’impianto o impedendo loro di attecchire. La specie umana ha una grande perdita embrionaria, sia nella gravidanza naturale che nella PMA”.

PGS a tutte le donne che si sottopongono a PMA? “Si, la platea sarebbe quella – sostiene Andrea Borini, presidente Sifes – non è per i costi, ma la tecnica andrebbe spiegata per farne capire i vantaggi”.