Il Tribunale di Roma con ordinanza del 14 gennaio scorso, ha sollevato il dubbio di legittimità costituzionale sul divieto della legge 40/2004 all’accesso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita con indagine pre-impianto per le coppie fertili portatrici di malattie geneticamente trasmissibili, fino ad ora vietate dall’articolo 4 che le riconosceva solo a quelle sterili e infertili. Tale divieto, secondo il giudice, violerebbe, infatti, alcuni diritti fondamentali costituzionalmente garantiti:
• il principio di uguaglianza (articolo 3 della Costituzione) tra chi è infertile con malattie genetiche e può sottoporsi a PMA con indagine pre-impianto e chi è fertile e portatore di malattie genetiche che a causa della legge 40 non può effettuare tali indagini e evitare così un aborto.
• i diritti inviolabili tra i quali vi rientrerebbero anche il diritto della coppia a un figlio sano e il diritto di autodeterminazione nelle scelte procreative (l’articolo 2 della Costituzione)
• il diritto alla salute sotto il profilo della tutela della salute della donna (l’articolo 32 della Costituzione)
• l’articolo 117 comma 1 Costituzione in relazione agli articoli 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
Per la prima volta, dunque, tale divieto arriva all’esame della Corte costituzionale.
Quindi se l’8 aprile prossimo, la Consulta dovrà pronunciarsi sui dubbi di legittimità costituzionale riguardo al divieto di eterologa e sul divieto della donazioni degli embrioni alla ricerca (per maggiori Info v. Divieto di fecondazione eterologa: il prossimo 8 aprile la pronuncia della Corte costituzionale), ora dovrà calendarizzare anche una udienza per questo ulteriore dubbio di legittimità costituzionale.
La precedente decisione del Tribunale di Roma del 26 settembre 2013. Lo scorso settembre, il Tribunale di Roma (per maggiori info v. Tribunale di Roma: Sì alla diagnosi pre-impianto anche alle coppie fertili. Applicati i principi enunciati dalla la Corte di Strasburgo lo scorso 11 febbraio), applicando i principi sanciti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Costa e Pavan c./Italia, aveva dato il via libera alla diagnosi pre-impianto, in un ospedale pubblico della Capitale, a una coppia di portatori sani di fibrosi cistica che voleva fare ricorso alla fecondazione assistita, con trasferimento in utero alla signora previo esame clinico e diagnostico degli embrioni creati tramite fecondazione in vitro, solo di quelli sani.
I precedenti su tale divieto. In passato si erano avute già due decisioni su tale divieto:
• quella del tribunale di Salerno che ordinava l’esecuzione dell’indagine diagnostica pre-impianto dell’embrione e il trasferimento in utero degli embrioni che non presentavano mutazioni genetiche.

• quella della Corte Europea dei diritti dell’uomo nel caso Costa e Pavan c./Italia che aveva condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU). In quella circostanza, infatti, la Corte di Strasburgo aveva rilevato l’irragionevolezza del divieto imposto dall’articolo 4 legge 40/2004 alle coppie fertili ma portatrici di malattie ereditarie con conseguente rischio di trasmissione al concepito, ad accedere alla Pma e in particolar modo alla tecnica della fecondazione in vitro con selezione degli embrioni attraverso la diagnosi pre-impianto, laddove invece l’ordinamento italiano permette di ricorrere all’aborto terapeutico nel caso in cui il feto risulti affetto da patologie di particolare gravità quale la fibrosi cistica.