di Cristina Da Rold

SALUTE – “C’è chi ha il pane ma non i denti” diceva l’antico adagio, un’immagine che descrive perfettamente la situazione odierna in merito all’eterologa: avere una legge ma non abbastanza gameti, tanto che nella maggioranza dei casi è necessario ancora una volta andare all’estero. Il ricorso all’eterologa in Italia, cioè la possibilità che il seme o l’ovulo da fecondare siano donati da una persona esterna alla coppia, è una novità di pochi mesi, ma per quanto l’opportunità sussista sulla carta, la strada verso una messa in pratica routinaria nel nostro paese è ancora in salita. Sì perché in Italia mancano gameti, soprattutto ovociti femminili e la gran parte dei centri che potrebbero eseguire la fecondazione eterologa si trovano costretti in questi mesi a stringere accordi e collaborazioni con realtà europee per fornire i gameti.
“Il grosso problema in Italia è che, per quanto ora abbiamo una legge che permette l’eterologa e siano molte le donne che la cercano, poche sono quelle disposte a donare i propri gameti e questo soprattutto perché nel nostro paese non esiste un sistema di rimborso economico per le donne che decidono di donare i propri ovuli, cosa invece esistente nel resto d’Europa. La donazione di ovociti prevede una stimolazione ormonale della durata di un paio di settimane, con monitoraggi ecografici e ormonali e un piccolo intervento chirurgico con blanda sedazione per prelevare gli ovociti. Tutto questo comporta, quanto meno, perdita di ore di lavoro e impegno per la donatrice. In altre parole, in Italia la donazione di gameti è vista come un atto totalmente volontaristico”.
A parlare è Filippo Maria Ubaldi, Direttore clinico dei Centri GENERA di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) di Roma, Napoli e Marostica. In Spagna, per esempio, il rimborso è di circa 1000 euro per donazione e negli Stati Uniti addirittura di 8000-12 000 dollari a seconda dello Stato e del centro. “In realtà gli Stati uniti non devono essere assunti come un esempio – prosegue Ubaldi – dal momento che lì la donazione di gameti non è considerata come un atto volontario, come invece accade in Europa. Gli americani, infatti, non prevedono un rimborso, quanto piuttosto un pagamento vero e proprio per l’acquisto di ovuli”. Che si tratti o meno di volontariato, rimane il fatto però che per la donna decidere di donare i propri gameti prevede costi, in termini fisici, psicologici ed economici, e la mancata possibilità di ottenere un rimborso rappresenta, secondo gli esperti, un deterrente per il diffondersi di questa pratica.
“Il 90% dell’eterologa riguarda i gameti femminili – prosegue Ubaldi – e la richiesta nel nostro paese è di gran lunga superiore all’offerta. Al tempo stesso però, sebbene si parli parecchio di questo tema, in Italia ancora non ha attecchito efficacemente la cultura della fecondazione eterologa, anche al di là della possibilità di rimborso”.
Attualmente la donazione di ovuli avviene tramite quello che si chiama egg-sharing: una paziente che sta facendo un trattamento personale di PMA omologa decide di donare parte dei suoi ovociti. Il problema è che nei centri di PMA ci sono donne che sempre più frequentemente hanno un’età maggiore di 35 anni, limite massimo in cui una donna può donare i propri ovociti. Inoltre, cercando loro stesse una gravidanza, sono restie a donare parte dei loro ovociti poiché, giustamente, questo può ridurre la loro probabilità di successo. Una impasse culturale, dunque, unita a un ostacolo fisiologico.
La possibilità di ricorrere alla fecondazione eterologa ha infatti limiti anagrafici per la donna, sia per donare sia per ricevere i gameti. L’età massima consentita per la donazione dei propri ovuli è infatti 35 anni, mentre per sottoporsi al trattamento i riferimenti rimangono quelli espressi nella Legge 40, ovvero l’età della menopausa fisiologica, intorno ai 50 anni. “Non esiste un’età precisa stabilita dalla legge, ogni donna è diversa, e quindi la valutazione rientra in quella che si definisce arte medica – precisa Ubaldi – anche se pochi sono gli specialisti che propongono l’eterologa a donne oltre i 46-47 anni, età oltre la quale una gravidanza naturale è statisticamente improbabile”.
Nessun rimborso dunque, scarsa cultura della donazione e poche donne sotto i 35 anni e quindi adatte come donatrici: tre buone ragioni – prosegue Ubaldi – che fanno sì che gli italiani e le italiane debbano ricorrere a gameti stranieri. “Al momento andare all’estero è la strada più semplice da percorrere per garantire l’eterologa a tutte le donne che la richiedono, che, su dati dell’Osservatorio Europeo, in Italia sono stimate essere circa 10 000 all’anno”.