I trattamenti per la fertilità non aumentano le probabilità di comparsa di tumori femminili

I trattamenti per la fertilità, propedeutici alla fecondazione assistita, non aumentano le probabilità di sviluppo di patologie oncologiche all’utero, alle ovaie o al seno. Lo hanno chiarito un gruppo di ricercatori inglesi con lo studio pubblicato sul British Medical Journal .

Questo studio ha coinvolto più di 250 mila donne che hanno intrapreso il percorso della procreazione assistita (con un’età media di 34,5 anni al momento del primo trattamento  sottoposte in media a 1,8 cicli di terapia) e la cui salute è stata monitorata per circa 9 anni.

Dallo studio non emerge alcuna differenza sostanziale nell’incidenza dei tumori femminili invasivi tra le donne sottoposte a terapie per la fertilità e la popolazione generale.

Solo con un aumento del numero di cicli si osserva un leggero incremento di casi di tumore non invasivo al seno (carcinoma in situ) ma che i ricercatori sembrano attribuire più all’aumento dei controlli sulla salute di queste coppie altamente medicalizzate piuttosto che a un effetto reale dei trattamenti. Le donne che si sottopongono a PMA, infatti, effettuano controlli più frequenti rispetto alla popolazione in generale, portandole a scoprire prima  eventuali problematiche legate alla loro salute.

Il rischio di tumore alle ovaie resta invece più alto in caso di pazienti che effettuano i trattamenti di PMA perchè affette da endometriosi e/o in caso di donne nullipare. Al contrario,  per le pazienti che effettuano i trattamenti a causa di una problematica maschile o infertilità inspiegata, non si riscontra alcun rischio aumentato di tumore alle ovaie, suggerendo che tale rischio è principalmente dovuto alle caratteristiche della paziente stessa, piuttosto che ai trattamenti propedeutici alla riproduzione assistita. Per tale motivo, un monitoraggio continuo di questa categoria di pazienti è di primaria importanza.