In occasione del Congresso ASCO 2013 il Journal of Clinical Oncology ha pubblicato uno speciale dedicato all’aggiornamento delle Linee Guida per la Preservazione della Fertilità per i pazienti colpiti da cancro.
La revisione sistematica ha analizzato 222 pubblicazioni tra studi osservazionali, di coorte case report e trial randomizzati (nel periodo che va da marzo 2006 a gennaio 2013) e rappresenta una revisione sostanziale delle raccomandazioni del 2006. In quell’anno infatti l’ASCO pubblicò le prime Linee Guida sull’argomento. Il Panel di esperti nel 2012 ha confermato le indicazioni aggiungendo una importante novità, ossia definendo la crioconservazione degli ovociti una “tecnica standard” e non più “sperimentale”. La consulenza relativa alla preservazione della fertilità deve diventare parte del consenso informato prima delle terapie oncologiche e la responsabilità dell’informazione viene qui estesa ad altre figure sanitarie.
Il testo sottolinea come l’attenzione alla preservazione della fertilità e ai potenziali effetti positivi e negativi sia fisici che psicologici sia ancora scarsa e l’argomento spesso non venga proposto né affrontato. Eppure i sanitari, oncologi, radiologi e altro personale medico dovrebbero informare i pazienti della possibilità di diventare infertili ed essere preparati a discutere e a rispondere alle domande sul rischio di infertilità conseguente alle terapie oncologiche, una discussione affrontata al più presto per non interferire con la tempestività del trattamento oncologico. E’ importante che siano i medici stessi a proporre l’argomento: l’attenzione dei pazienti è centrata sul breve termine, sulla guarigione dal tumore, oppure non sono consapevoli che le terapie oncologiche possono compromettere la loro capacità riproduttiva. Eppure in uno studio (Partridge et al. Web-based survey of fertility issue in young women with breast cancer – J. Clin. Oncol. 22:4174-4183,2004) il 29% delle donne con tumore al seno ha riferito che l’informazione sui rischi di infertilità ha influenzato le loro decisioni sul trattamento.
I pazienti che mostrano interesse per questi aspetti devono essere facilitati nell’incontro con un esperto in medicina riproduttiva. Nei casi che interessano i minori le opzioni devono essere discusse con il consenso dei genitori o dei tutori.
Il linguaggio deve essere semplice e accessibile: diverse ricerche hanno stabilito la necessità di ‘disseminare’ informazioni (materiali, brochure ecc) e la discussione di un eventuale piano di trattamento deve includere le evidenze scientifiche, i benefici e i rischi potenziali, statistiche sulla possibilità di portare a termine una gravidanza. Gli studi confermano come discutere gli aspetti relativi alla protezione della fertilità possa diminuire lo stress causato dalla malattia. Molte pazienti dopo la guarigione infatti desiderano avere un figlio ma temono che una gravidanza possa essere rischiosa per se stesse o per il feto. Mentre i dati dicono che le tecniche di medicina riproduttiva non presentano rischi di recidiva del tumore né di anomalie congenite del feto.
Le possibilità per la preservazione della fertilità femminile sono diverse e dipendono dall’età della paziente, diagnosi, tipo di trattamento, presenza o meno di un partner e tempo disponibile prima dell’inizio della terapia.
La crionconservazione degli ovociti permette di avere performance analoghe – in termine di gravidanze portate a termine – a quelle ottenute con ovociti non congelati, specialmente nelle pazienti più giovani ed è di particolare importanza per le donne che non hanno un partner o che non vogliono o non possono (come nel caso della legge italiana) il seme di un donatore. Come la crioconservazione degli embrioni, questa tecnica prevede una stimolazione ovarica e il prelievo degli ovociti sotto guida ecografica.