Consentita per ora solo alle coppie infertili con difetti genetici, potrebbe essere estesa anche alle coppie fertili con lo stesso problema. Lo deciderà la Consulta il prossimo mese.
di Paola Trombetta – 13 marzo 2015
Solo il 17,7 per cento dei Centri di procreazione medicalmente assistita (Pma) presenti in Italia, circa una ventina, sono in grado di eseguire esami per la diagnosi preimpianto dell’embrione (Pgd-Preimplatation Genetic Diagnosis), fondamentali per individuare malattie genetiche.
Lo conferma un’indagine nazionale su 113 centri, promossa dal Centro Genera di Roma. Per il momento, la diagnosi preimpianto, prima vietata dalla Legge 40, è legittimata solo per le coppie infertili, portatrici di malattie genetiche.
A metà aprile, la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi circa la possibilità di estendere questo esame anche alle coppie fertili che si trovano nelle stesse condizioni e che oggi sono costrette ad attendere l’esito dell’amniocentesi.
«Così facendo, si ridurrebbe il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza, perché si potrebbe conoscere un’anomalia dell’embrione prima dell’impianto» fa notare Laura Rienzi, direttore del laboratorio del Centro Genera. «Non solo. Unendo alla diagnosi preimpianto il Pgs-Preimplantation Genetic Screening, si possono diagnosticare anche le anomalie cromosomiche, frequenti nelle donne over 40 (15 mila cercano una gravidanza ogni anno). In questo modo, si potrebbero impiantare gli embrioni senza difetti genetici e anche senza anomalie cromosomiche, ottimizzando gli esiti della Pma. Infine, trasferendo un solo embrione senza difetti, si eliminerebbe il rischio di plurigemellarità e di aborto spontaneo che dopo i 36 anni raggiunge il 20-40 per cento».

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